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L'ARCADIA RESTAURANT PARK OSPITA L'EVENTO "PIZZA MARGHERITA.

Il Birrificio Alkimia è sponsor di Pizza Margherita, un'iniziativa del quotidiano Roma - Il Giornale di Napoli che per due mesi vedrà 60 pizzerie in gara. Ogni giorno sul Roma la presentazione di un pizzaiolo. I lettori potranno votare la loro pizza preferita. A settembre i dieci pizzaioli più votati si sfideranno nell'esclusiva location dell'Arcadia Restaurant Resort Park Arcadia Ristorante L'Arcadia Restaurant Park Arcadia Restaurant Lounge Bar davanti ad una giuria di qualità. Le pizze saranno abbinate alle nostre birre Alkimia.

 

Pizza: rappresentazione della napoletanità.

La pizza, ha origini antichissime, addirittura qualcuno dice nell’era degli Etruschi. Naturalmente era qualcosa che vagamente aveva la forma e le sembianze della pizza di oggi.

Il termine pizza deriverebbe da “pinsa”, participio passato del verbo latino “pinsare”, che significa pestare, schiacciare, il nome verrebbe quindi dalla forma. La voce è attestata prima dell'anno mille, come "pizza de pane", quindi citata da autori cinquecenteschi come una focaccia che accompagnava carni e altre vivande, eventualmente condita con mostacciuoli.

La storia della pizza nasce a Napoli, splendida capitale del Regno spagnolo, dove è di casa già dal Seicento. Era ancora senza pomodoro, “bianca”, condita solo con aglio, strutto e sale grosso nella versione più economica, o con caciocavallo e basilico nella più ricca “mastunicola”; n’esistevano anche, il che non stupisce, prime versioni “alla marinara”.

 È però nel corso del Settecento, quando il pomodoro entra trionfalmente nella cucina campana (e in parte italiana), che nella città dei Borbone la pizza s’impone, in una forma sempre più vicina a quella che conosciamo, per diventare in breve uno dei piatti preferiti dal popolo e non solo.
Sembra, infatti, che Ferdinando I di Borbone, amante dei cibi semplici, assaggiasse le pizze della bottega di Antonio Testa detto n’Tuono e se ne appassionasse talmente da tentare, invano (per l’opposizione della consorte Maria Carolina d’Austria), di farle inserire nell’elenco delle vivande ufficiali di corte. Insieme alla pizza si definiscono i modi e i luoghi per mangiarla, il che riporta alle autentiche radici popolari e “sociali” di questo cibo.

Nel Settecento a Napoli la pizza si mangia soprattutto per strada ed è preparata da umili venditori per una clientela altrettanto umile. Ha vantaggi insuperabili: è nutriente, appetitosa, costa poco per chi la vende e per chi la compra ed è pratica, rimanendo gradevolmente calda senza scottare, piegata in quattro “a libretto”.

Dalla circa la metà del Settecento, la pizza è poi cucinata nei forni a legna delle botteghe (che spesso fungono anche da abitazione) e venduta in banchi all’aperto o lungo le strade e i vicoli della città. Un garzone porta in equilibrio sulla testa la “stufa” in cui stanno in caldo le pizze e le consegna direttamente ai clienti “a domicilio”, in casa o per strada, preannunciandosi con chiassosi e inequivocabili richiami. E’ a cavallo fra settecento e ottocento che comincia ad affermarsi l’usanza di mangiare la pizza oltre che a casa o per strada, anche presso i forni in cui è preparata. E’ la nascita e la diffusione in Campania della pizzeria nella forma che conosciamo, con i suoi inconfondibili caratteri fisici e “ambientali”. Il forno a legna, il bancone di marmo dove è preparata la pizza con gli ingredienti per la farcitura in bella mostra, i tavoli dove i clienti la gustano, l’esposizione esterna delle pizze da vendere ai passanti.

Alessandro Dumas, nel corso di una serie di scritti di viaggio, una sorta de servizi di inviato speciale, raccolti nel "Corricolo". Dumas mise insieme, sulla pizza, osservazioni acute e informazioni cervellotiche.

Scrisse, ad esempio che "la pizza e' una specie di stiacciata come se ne fanno a St. Denis: e' di forma rotonda, e si lavora con la stessa pasta del pane. A prima vista e' un cibo semplice: sottoposta a esame, apparirà un cibo complicato". Aveva ragione, e quel riferimento alle schiacciate di St. Denis ci conferma che una sorta di pizza e' cibo universale...........

Dal film di Vittorio De Sica "L'Oro di Napoli", del 1954, si può osservare come già in tempi lontani la pizza era concepita come un odierno fast food, tanto che in un'insegna dell'epoca era scritto "Mangiate oggi e pagate fra otto giorni". Allora pizza voleva dire Napoli, oggi la pizza è di più: pizza è ormai il mondo intero.


Gli egiziani inventarono il forno, che era a forma di cono.

Il fuoco si metteva dentro, fuori si appiccicavano letteralmente i panetti: quando cadevano voleva dire che erano cotti da una parte, ma venivano riappiccicati dall'altra per completare la cottura. Solo in un secondo tempo venne l'idea di dividere in due il forno per mettere sotto il fuoco e sopra, per cuocere, le schiacciate di pasta e acqua lievitate.

La pizza, quindi, è un’espressione del folclore di Napoli che cela tradizioni antiche ma ancora vive nei luoghi storici della napoletanità, un tesoro dal valore inestimabile che va custodito con dovuta considerazione. La manipolazione della pasta per le pizze è un’arte che ha un protagonista senza uguali: il pizzaiolo. In Italia sono ben 70.000 i pizzaioli, ma per la nostra legge questa figura non è riconosciuta con una qualifica né contrattuale né professionale. Nei contratti d’assunzione i pizzaioli sono indicati come cuochi, o aiuto-cuochi.

Va rilevato, infine, che la Comunità Economica Europea individua nella formazione professionale una delle leve fondamentali per il rafforzamento dell'accusabilità dei propri residenti e, più in generale, per lo sviluppo dell'incontro tra domanda ed offerta di lavoro. 

Antonio Faracca